Ticket di licenziamento 2026: quando si paga, quanto costa licenziare un dipendente e come si calcola il contributo NASpI

Quando un’azienda decide di interrompere un rapporto di lavoro a tempo indeterminato, oltre alle normali competenze di fine rapporto esiste un costo previdenziale spesso poco considerato ma che può incidere concretamente sulla gestione del personale: il ticket di licenziamento, ovvero il contributo NASpI dovuto all’INPS.
Molti imprenditori scoprono l’esistenza di questo contributo solo nel momento in cui si trovano ad affrontare una cessazione del rapporto di lavoro. In realtà il ticket rappresenta un elemento stabile del sistema italiano di tutela della disoccupazione e ha lo scopo di contribuire al finanziamento della NASpI, l’indennità di disoccupazione riconosciuta ai lavoratori che perdono involontariamente il posto di lavoro.
Nel 2026 il contributo è stato aggiornato sulla base del nuovo massimale NASpI stabilito dall’INPS e può arrivare a circa 2.400 euro per ogni lavoratore licenziato. Per le aziende diventa quindi essenziale comprendere quando si paga il ticket di licenziamento, come si calcola l’importo e in quali casi il contributo non è dovuto.
Il ticket di licenziamento è stato introdotto con la Legge n. 92 del 2012, la cosiddetta riforma Fornero, con l’obiettivo di sostenere finanziariamente il sistema degli ammortizzatori sociali. La logica della norma è semplice: quando un lavoratore perde il lavoro e ha diritto alla disoccupazione NASpI, il sistema previdenziale deve essere finanziato anche attraverso un contributo versato dal datore di lavoro che ha cessato il rapporto.
Per questo motivo il contributo NASpI viene richiesto ogni volta che la cessazione del rapporto di lavoro consente al lavoratore di accedere alla disoccupazione, configurandosi come un onere aggiuntivo che le imprese devono considerare nella gestione delle cessazioni contrattuali.
L’importo del ticket non è fisso ma dipende dal massimale NASpI aggiornato annualmente dall’INPS. Per il 2026 tale massimale è pari a circa 1.948 euro. La normativa stabilisce che il contributo sia pari al 41% di questo massimale per ogni anno di anzianità aziendale maturata negli ultimi tre anni, con un limite massimo di tre annualità.
Tradotto in termini concreti, il ticket di licenziamento nel 2026 è pari a circa 798 euro per ogni anno di anzianità aziendale, fino a raggiungere un massimo di circa 2.394 euro quando il lavoratore ha almeno trentasei mesi di anzianità negli ultimi tre anni. Se il rapporto di lavoro è durato meno di dodici mesi, il contributo viene calcolato in proporzione ai mesi effettivamente lavorati.
Il presupposto fondamentale per il pagamento del ticket è che la cessazione del rapporto di lavoro consenta al lavoratore di ottenere la NASpI. In sostanza, il contributo si paga quando la perdita del lavoro non dipende da una libera scelta del lavoratore ma rappresenta una cessazione involontaria del rapporto.
Quando si paga il ticket di licenziamento
Il caso più tipico è naturalmente il licenziamento individuale, sia per giustificato motivo oggettivo, legato a ragioni economiche o organizzative dell’azienda, sia per giustificato motivo soggettivo o giusta causa, quando il licenziamento deriva da comportamenti del lavoratore. Anche nei licenziamenti disciplinari, infatti, il lavoratore mantiene il diritto alla disoccupazione e il datore di lavoro deve quindi versare il ticket NASpI.
Il contributo è dovuto anche nelle procedure di licenziamento collettivo, nelle quali l’azienda procede alla riduzione del personale per ragioni economiche o organizzative. In queste situazioni il ticket deve essere versato per ogni lavoratore coinvolto e può rappresentare un costo rilevante nei processi di ristrutturazione aziendale.
Un aspetto spesso poco noto riguarda la risoluzione consensuale del rapporto di lavoro in sede protetta. Quando la cessazione avviene tramite accordo tra le parti davanti all’Ispettorato territoriale del lavoro o in sede sindacale, il lavoratore mantiene il diritto alla NASpI. Di conseguenza il datore di lavoro è comunque tenuto al pagamento del ticket di licenziamento, nonostante la cessazione avvenga formalmente in modo consensuale.
Anche le dimissioni per giusta causa determinano l’obbligo di versamento del contributo. In queste situazioni il lavoratore si dimette a causa di gravi inadempimenti del datore di lavoro, come il mancato pagamento delle retribuzioni o comportamenti incompatibili con la prosecuzione del rapporto. Poiché la normativa considera queste dimissioni come una perdita involontaria del lavoro, il lavoratore può accedere alla NASpI e l’azienda deve versare il ticket.
Quando il ticket di licenziamento NON si paga
Esistono tuttavia diverse situazioni in cui il contributo non è dovuto. Il ticket non si paga quando il lavoratore presenta dimissioni volontarie, perché la cessazione del rapporto dipende da una scelta autonoma del lavoratore e non dà diritto alla disoccupazione. Allo stesso modo il contributo non si applica quando il rapporto di lavoro termina durante il periodo di prova, poiché in questa fase il rapporto non ha ancora raggiunto una stabilità definitiva.
Il ticket non è dovuto nemmeno alla scadenza naturale di un contratto di lavoro a tempo determinato, perché non si tratta di un licenziamento ma della conclusione del contratto alla data prevista. Un’altra situazione di esclusione riguarda il pensionamento del lavoratore, che accede direttamente al trattamento pensionistico e non alla NASpI. Il contributo non si applica inoltre in circostanze indipendenti dalla volontà delle parti, come il decesso del lavoratore.
Dal punto di vista operativo il ticket di licenziamento viene gestito attraverso i flussi contributivi verso l’INPS. Il datore di lavoro deve indicare il contributo nel flusso UniEmens relativo al mese in cui avviene la cessazione del rapporto di lavoro e procedere al versamento tramite modello F24, insieme agli altri contributi previdenziali. Una corretta classificazione della tipologia di cessazione è quindi fondamentale per evitare errori contributivi che potrebbero generare recuperi da parte dell’INPS e l’applicazione di sanzioni.
Per le imprese il ticket rappresenta una componente aggiuntiva del costo del lavoro che deve essere considerata ogni volta che si pianifica l’interruzione di un rapporto di lavoro a tempo indeterminato. Anche se l’importo può sembrare limitato rispetto ad altre voci come il trattamento di fine rapporto o l’indennità sostitutiva del preavviso, nelle riorganizzazioni aziendali o nei licenziamenti multipli il contributo può incidere in modo significativo sul costo complessivo dell’operazione.
Conclusioni
Conoscere con precisione quando si paga il ticket di licenziamento nel 2026, come si calcola il contributo NASpI e quali sono i casi di esclusione permette alle aziende di gestire le cessazioni contrattuali in modo più consapevole, evitando errori contributivi e pianificando correttamente i costi del personale. In un contesto normativo sempre più articolato, una corretta gestione delle cessazioni rappresenta infatti uno degli strumenti più efficaci per ridurre rischi legali, contenziosi e costi imprevisti nella gestione del lavoro.

Redazione a cura dell’ H.R. Dr. Alessandro Gradelli
